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Archivio Novembre 2005

Perchè i virus aumentano in inverno ?

29 Novembre 2005 1 commento


James Michael Howard, ricercatore di Fayetteville, Arkansas, ha ipotizzato che nell’uomo il Deidroepiandrosterone (DHEA) sia necessario alla funzione immunizzante. Il DHEA è un ormone androgeno prodotto dalle ghiandole surrenali e il nostro corpo comincia a produrlo dall’età di sette anni per raggiungere il picco massimo tra i venti e ventiquattro. Dopo di che il livello del DHEA comincia a regredire del 20 % ogni dieci anni raggiungendo all’età di circa ottant’anni il 10% del livello massimo. Il DHEA è un substrato che serve a vari propositi: dalla produzione dell’energia cellulare, al metabolismo dei grassi, alla maturazione sessuale, alla crescita muscolare, mentre una quantità di studi hanno dimostrato anche che il DHEA è efficace contro gli agenti virali. La fonte primaria del DHEA è il DHEAS (Deidroepiandrosterone Solfato) nel sangue, ed il Testosterone (l’ormone naturale maschile prodotto dai testicoli, che é un immunodepressivo) riduce la conversione del DHEAS in DHEA. Siccome il Testosterone aumenta nelle persone in autunno ed in inverno ed anche il DHEAS è alto in autunno, Howard pensa che la ragione di ciò sia che l?aumento del Testosterone nei mesi freddi riduca la produzione del DHEA da parte del DHEAS. Inoltre, poiché il DHEA sembra abbia come funzione anche la produzione del calore corporeo, il clima freddo potrebbe comportare l?aumento dell’utilizzo del DHEA per produrre calore e quindi una ulteriore sua diminuzione. Aumento del Testosterone e contemporanea riduzione sinergica del DHEA potrebbero quindi spiegare perché le persone aumentano la loro vulnerabilità ai virus in inverno.

Veneto Orientale: si contarono 210.000 morti per la Spagnola solo fra i civili

28 Novembre 2005 1 commento


In seguito alla ritirata dell?Esercito Italiano dal fronte carsico fino al Piave, dopo la rotta di Caporetto (primi di novembre dell’anno 1917), gli italiani abbandonarono il Palazzo Mocenigo (poi Biaggini-Ivancich, distrutto infine durante l?ultima guerra) che era stato requisito già dal 1915 come servitù militare e trasformato in uno dei 46 grandi ospedali d’Armata della retrovia isontina. I degenti furono trasferiti con dei carri verso Treviso dagli addetti della Sanità Militare italiana, ma non furono sgomberate le brande e i letti a castello che riempivano gli stanzoni della villa Biaggini, alcuni dei quali ancora occupati dai feriti più gravi. Così vi si stabilì già dal novembre ’17 il personale medico austro-ungarico, proveniente dal Carso, dell’Isonzo Armee, e vi installò il K.u.K (Kaiserlich und Königlich, imperiale e regio, sigla riservata a reparti della ?vecchia Austria? a dipendenza del Ministero della Guerra) FELDSPITAL n. 1602, un ospedale da campo di retrovia, dipendente dal Distretto di Sanità Militare Austroungarico di Portogruaro (sede del grande Felspital n. 1004). L’ospedale da campo austro-ungarico si trovò a curare, oltre che alle centinaia di feriti delle battaglie dell’inverno ’17 e dell’estate ’18 sul Piave, anche la fiumana di soldati che quotidianamente venivano allontanati dal proprio reparto perché colpiti dalla malaria, dalla ?febbre spagnola?, o perché abbattuti dal deperimento organico causato dalla mancanza di cibo e medicinali. Scrive don Trobetta, parroco di Ronchis, nella data 30 giugno 1918 (cioè subito dopo la Battaglia del Solstizio, scontro che arrise decisamente alle Armate italiane), sul suo diario Alla Mercé dei Barbari: ?A S. Michele sono ritornati nella proporzione del 10% i pontieri disfatti ischeletriti: raccontano che sono stati cinque giorni senza veder cibo: un sergente di tutta la sua Compagnia ha riportato 10 uomini??? e in data 5 settembre ’18: ?Horak mi riferisce che all?ospedale di San Michele è smontata una colluvie di malarici.? C’è testimonianza anche di alcuni prigionieri italiani, ufficiali e soldati, catturati sul fronte del Piave e ricoverati in villa Biaggini, a cui andò la solidarietà dei sanmichelini e del parroco, don Nicola Nadin, che li riforniva di alimenti e a cui spesso faceva visita. A metà dell’anno 1918, mentre il chinino (medicinale indispensabile nella cura della malaria) stava definitivamente finendo, ebbe il culmine la violenta epidemia di ?febbre spagnola? scoppiata nell’Italia settentrionale all’inizio del 1918 (e che verrà debellata solo dopo oltre un anno). Nella zona costiera tra Caorle e Grado il picco d’infettività tra la popolazione fu del 55% e del 47% nelle zone limitrofe a Latisana; causò, nelle zone invase, la morte di 210.000 civili (nella Bassa il picco di mortalità fu del 50?) e decimò intere divisioni austro-ungariche di stanza in Italia. Tra le truppe Asburgiche operanti sul basso Piave l’infettività toccò picchi dell’80- 90%, e la grande maggioranza dei degenti del 1602° Feldspital di San Michele al Tagliamento come quelli degli altri ospedali militari contumaciali e lazzaretti sparsi nel Veneto, di quell?estate ’18 fu ricoverata per i sintomi della spagnola o della malaria. Come detto poco sopra dal don Tite Trobetta, il 5 settembre 1918 fu dirottato in villa Biaggini un nutrito convoglio di malarici provenienti dal Piave (abbandonati a loro stessi in mezzo allo sfacelo dell?Impero Asburgico e all’odio nascente tra le etnie che lo componevano) e da quella data fino al 31 ottobre dentro le stanze di villa Biaggini morirono per il sopraccitato morbo oltre 200 militari austro-ungarici tutti frettolosamente sepolti in una fossa comune presso il camposanto di San Michele. L?apparato sanitario del 1602° Feldspital di San Michele fu evacuato dal personale medico austro-ungarico in tutta fretta il giorno 2 novembre 1918; i degenti autosufficienti riuscirono ad issarsi su carri e cavalli e fuggire, mentre i malati che non riuscirono a scappare con le loro gambe furono abbandonati dal loro esercito, incalzato dalle avanguardie italiane, a loro stessi, tanto che toccò al parroco di S. Michele, don Nicola Nadin, dare conforto e poi sepoltura agli ultimi morenti.

1918: gli ufficiali sanitari "La Spagnola ? Un minuscolo problema transitorio"

23 Novembre 2005 Commenti chiusi


Nel 1918, a Roma l’Ufficiale Sanitario Capo così si epresse, con dileggio, a proposito delle preoccupazioni che cominciavano a diffondersi con lo scoppio della Pandemia Spagnola: “un minuscolo problema transitorio, nulla rispetto alla guerra” [Richard Collier, 1974. The Plague of the Spanish Lady, London. In italiano: 1978. La malattia che atterrì il mondo, Mursia]. Abbiamo trovato una risposta nel cimitero di Ostiglia (Mantova), dove sullo sfondo di una esedra che abbraccia tutta la necropoli sorge un sacrario ai caduti delle guerre. Ai lati del sacrario ci sono due lapidi: a sinistra quella relativa ai caduti in combattimento durante la guerra 1915-1918, a destra (vedi foto) quella relativa ai soldati morti per malattia durante e a causa della guerra. Ebbene, il numero dei morti si equivale (84 contro 83), cioè il 50% dei soldati morti in e per cause di guerra si dovette alle malattie. Di questi, oltre la metà (56) morì negli anni 1918-1919, quando imperversava la Spagnola, a fronte di soli 10 caduti in comabttimento nel 1918. In base a questo, è lecito pensare che una buona metà dei soldati italiani morti nella Grande Guerra siano stati falcidiati dalle malattie, e soprattutto dalla Spagnola. Come nell’Italia di Storace e dell’Isola dei Famosi, l’importante era non diffondere allarmismo. Così si diffuse la morte, la Spagnola si propagò attraverso il fumo delle sigarette in tutti gli eserciti, in tutte le trincee, e poi in tutta l’Italia col tornare dei soldati alle proprie case.

Il Generale Pershing e il fumo furono i principali detonatori della Spagnola ?

23 Novembre 2005 Commenti chiusi


Agli inizi del novecento negli USA su ogni pacchetto si affermava che “il tabacco è preparato con un processo che lo rende delizioso e salubre “. Le sigarette preferite all?epoca erano le cosiddette “miscele turche”, costituite da miscele che contenevano tabacchi orientali in quantità variabili. Un tentativo nel 1911 di produrre sigarette contenenti solo tabacco non orientale fu senza successo. Per aumentare la vendita delle sigarette fu fatto largo uso di campagne pubblicitarie, e nei pacchetti si introdussero le cartine (cigarette-cards) di personaggi famosi (attori e attrici, cantanti, ballerini) e a soggetti vari: le collezioni potevano essere raccolte in un album che si otteneva in cambio di un certo numero di pacchetti. Nel 1913 furono lanciate sigarette con una nuova miscela, denominata domestic blend dalla casa produttrice: era costituita da Virginia Bright, Burley conciato e dolcificato con succhi, e tabacco orientale; alla miscela nel 1916 fu aggiunto il Maryland per migliorarne la combustione. Le immagini utilizzate sulla confezione richiamavano in ogni caso la prevalente tendenza del momento verso le sigarette turche. Era la prima miscela di tipo American blend, ed ebbe subito un grande successo. Già nel 1918 le nuove sigarette costituivano circa il 40% della vendita totale delle sigarette negli Stati Uniti. Nel periodo il consumo pro-capite delle sigarette saliva rapidamente: da 251 sigarette annue consumate nel 1913, a 1.062 nel 1925. Le sigarette diventavano il prodotto più importante tra i tabacchi lavorati, nonostante che in molti Stati si emanassero le prime leggi contro la vendita delle sigarette, o “coffin tacks” (chiodi per bare) come spesso erano chiamate. Diversi scrittori popolari erano ritenuti responsabili del grande aumento del consumo delle sigarette. L?affermazione delle nuove sigarette LA Domestic Blend lanciata negli USA ebbe grande impulso dagli effetti della Prima Guerra mondiale. Infatti, l?occupazione da parte della Bulgaria del porto di Kavalla, in Macedonia, il più importante centro di manipolazione e commercio dei tabacchi orientali, rese molto difficile il reperimento di questi tabacchi. La riduzione della percentuale di tabacchi orientali impiegati in questo tipo di sigarette fu un vantaggio, e le resero più competitive rispetto alle altre marche. Con la diminuzione dei costi, il nuovo prodotto poteva essere posto in vendita ad un prezzo più basso, 10 cents per le confezioni da 20, invece dei 15 cents delle altre sigarette. Le promozioni per il lancio della nuova marca furono ingegnose e curiose (simili alle odierne campagne di marketing), e contribuirono alla sua affermazione. Le cifre spese in un anno per la pubblicità raggiunsero 1,5 milioni di dollari (cifra enorme per il tempo), corrispondenti a circa 6 cents per ogni pacchetto di 20 venduto a 10 cents, ma le vendite delle nuove sigarette furono straordinarie: mezzo miliardo di pezzi nel 1914, 2,4 miliardi nel 1915, 10 miliardi nel 1916, raggiungendo in pochi anni circa il 40-45% del mercato totale. Prodotti con miscele simili si diffusero in breve tempo: nel 1915 apparvero sigarette con la stessa miscela ma con meno succhi e nel 1916 sigarette con una miscela a base di Burley conciato e sottoposto a trattamento termico (tabacco tostato). Il fumo ebbe un aumento della diffusione in conseguenza della prima guerra mondiale: se ci fossero stati non fumatori fra tutti quei milioni di soldati quando iniziò la guerra, sicuramente alla fine della guerra non ce n’era più nemmeno uno. La popolarità delle sigarette presso le forze armate associò il tabacco al patriottismo. Gli ufficiali in comando ritenevano che il fumo avesse le prerogative di difendere i soldati dalle spaventose malattie che si andavano diffondendo nelle trincee e di mitigare i pericoli dovuti ai periodi di forzata inattività, e quindi non lesinavano ogni possibile sforzo per assicurare un costante rifornimento di ciò che era ritenuto un prodotto indispensabile: il tabacco. A tre anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, il General John J. Pershing, comandante in capo delle forze americane in Francia nel 1917 telegrafò a Washingtaon: “Il tabacco è ugualmente indispensabile come la razione giornaliera; ne dobbiamo poter ricevere migliaia di tonnellate senza ritardi”. Per rispondere alla richiesta del generale Pershing di fornire migliaia di tonnellate di sigarette al suo esercito, il governo degli Stati Uniti assegnò i contratti d?acquisto di sigarette per le forze armate, sulla base delle vendite nazionali. La diffusione delle sigarette di nuovo gusto fu quindi ulteriormente favorita, e diventarono predominanti tra i soldati americani in Francia. Come risultato secondario, al ritorno in patria di queste schiere di fumatori, il vizio del fumo si propagò in modo abnorme. La produzione delle sigarette triplicò dal 1914 al 1919, e per far fronte alle richieste le manifatture costruirono file di case per i loro impiegati, aumentati vertiginosamente; una compagnia acquistò un albergo per alloggiarvi le molte ragazze che erano addette alle macchine per la produzione di sigarette. Sempre durante la guerra, in Inghilterra una sottoscrizione pubblica raccolse denaro per inviare al fronte 232.599.191 sigarette. Anche le sigarette a buon mercato (fags) entrarono a far parte della vita di trincea dei soldati inglesi.

Taubenberg, 1918: ad uccidere era il sistema immunitario piuttosto che il virus?

13 Novembre 2005 Commenti chiusi


Jeffery K. Taubenberger è lo scienziato che per primo riuscì ad isolare il virus della Spagnola nel 1997. Lavora presso l’Armed Forces Institute of Pathology di Rockville, nel Maryland. Recentemente, in un articolo pubblicato su Nature, Taubenberger ha descritto le sequenze genetiche degli ultimi tre geni che mancavano per il completamento del genoma del virus della spagnola (H1N1), dopo che i ricercatori erano riusciti a decifrare solo cinque degli otto geni che compongono il genoma del virus. Si tratta dei geni della polimerasi, quelli cioè che codificano le proteine necessarie al virus per replicarsi all’interno delle cellule dell’organismo ospite. Ebbene, studiando queste specifiche sequenze geniche Taubenberger ha scoperto che sono molto simili a quelle dei virus dell’influenza aviaria, compreso l’H5N1 attualmente in circolazione nel Sud est asiatico. Secondo Taubenberger questo elemento sarebbe un indizio tale da rendere il virus della Spagnola un virus influenzale del tutto singolare. Sarebbe infatti il primo virus influenzale pandemico esclusivamente aviario che è riuscito ad adattarsi all’organismo umano. Secondo Taubenberg nel 1918, quando nel mondo si scatenò la terribile pandemia di influenza chiamata “spagnola”, accadde che un virus tipicamente aviario riuscì lentamente ad adattarsi all’uomo e a trasmettersi per contatto diretto da uomo a uomo. Nello studio, Taubenberger ha anche individuato quali sono state le mutazioni e quindi le proteine che hanno permesso al virus aviario di adattarsi all’organismo umano. E ha anche notato che alcune di queste mutazioni sono state già individuate in alcuni ceppi di H5N1 attualmente in circolazione. Questo, secondo Taubenberger ed il team di ricercatori dell’istituto militare Usa, potrebbe suggerire che il virus dell’influenza dei polli potrebbe acquisire direttamente la capacita di adattarsi all’uomo aumentando sensibilmente il rischio di una pandemia. In precedenza Taubenberger aveva ipotizzato che la popolazione vissuta nel 1918 avesse avuto una particolare risposta immunitaria alla Influenza Spagnola, sviluppata in virtù di una esposizione ad un precedente virus, molto probabilmente quello che contagiò la gente nel 1890, ventotto anni prima. Vi erano alte probabilità perciò che quelli che erano stati bambini nel 1890 avessero poi risposto alla nuova influenza sviluppando una abbondante quantità di anticorpi. E che se il virus del 1918 avesse avuto una proteina simile sulla sua superficie a quello del 1890, gli anticorpi avrebbero risposto vigorosamente attacando in massa il nuovo virus. In questo caso, sarebbe stato il sistema immunitario stesso, piuttosto che il virus, ad uccidere le persone. In una risposta sovradimensionata del sistema immunitario, vi sarebbe stato il danneggiamento dei polmoni, soprattutto nelle persone più sane e robuste, dotate di un miglior sistema immunitario: più sane le persone, migliore il sistema immunitario, più vi erano probabilità di morire in caso di contagio col virus della Spagnola. Taubenberger, anche se in modo intuitivo, anticipò di 7 anni le risultanze degli scienziati asiatici circa il ruolo del sistema immunitario nel provocare la morte nei recenti casi di Influenza Aviaria, trovando una ulteriore prova dell’analogià fra i due virus. [Taubenberger Jeffery K., 1998. Influenza Virus Hemagglutinin Cleavage into HA1, HA2; No Laughing Matter. In: Proceedings of the National Academy of Sciences, Usa, 95: 9713-15]

Nuove Scoperte: il virus aviario provoca una tempesta nel sistema immunitario

11 Novembre 2005 Commenti chiusi


Mentre aumentano le preoccupazioni circa la potenzialità di trasmissione del virus aviario agli uomini, i ricercatori presumono di aver scoperto una delle ragioni per cui l’infezione si dimostra così letale. Scienziati dell’Università di Hong Kong, in collaborazione con ricercatori del Viet-Nam, hanno analizzato la quantità di un gruppo di proteine chiamate citochine in cellule di polmoni infettati dal virus aviario H5N1, che ha contagiato almeno 125 persine fino ag oggi in Asia sudorientale, uccidendone 64. Quando un virus o un batterio invade il corpo, gli anticorpi emettono proteine infiammatorie chiamate citochine. Ma se il sistema immunitario è iperstimolato, può mettere in circolo una vera e propria tempesta di citochine, causando danni rilevanti ai tessuti. I ricercatori hanno confrontato i livelli delle citochine indotte dal ceppo H5N1 dell’Influenza Aviaria che circolò in Hong Kong nel 1997, e nel Vietnam nel 2004, con i virus dell’Influenza Umana. 24 ore dopo l’infezione con l’H5N1, le cellule dei polmoni contenevano 10 volte i livelli delle proteine infiammatorie rispetto a quelle dei polmoni infettati con la normale influenza. Questo fa capire come muoiono le persone infettate con l’Influenza Aviaria, cioè allo stesso modo di come sono morte quelle infettate dalla SARS: la “tempeste di citochine”. Alla fine è il nostro sistema immunitario che ci uccide, piuttosto che il virus di per se.

Nella foto: agglutinazione (coagulazione) delle emazie (globuli rossi) provocate dall?azione delle emoagglutinine (proteine HA) del virus H5N1
Riferimenti: Leggi le caratteristiche generali delle Citochine

Intanto in Italia si sperimenta un vaccino contro il virus "gemello"

7 Novembre 2005 Commenti chiusi


L’Italia è un paese di punta nella ricerca sull’influenza aviaria in Europa e i risultati si vedranno tra pochi mesi: a primavera, infatti, un pool di scienziati dell’Istituto superiore della sanità, insieme a ricercatori inglesi e norvegesi, inizieranno la sperimentazione sull’uomo del primo vaccino contro un virus dell’influenza aviaria ad alta virulenza. Il nuovo vaccino è stato chiamato “RD-3″ ed è il frutto della selezione di un virus dell’influenza aviaria altamente patogeno – l’H7N1 – lo stesso che causò nel 1999 lo sterminio di 14 milioni di volatili in Italia. L’H7N1, pur essendo meno virulento del virus killer H5N1 – ormai endemico nel sud-est asiatico – può tuttavia mutarsi passando dal pollame all’uomo. La ricerca è considerata a Bruxelles di estrema importanza «per lo sviluppo in futuro di un vaccino contro le pandemie» (ossia quando emerge un nuovo virus capace di diffondersi nella popolazione in tutto il mondo). Particolarmente soddisfatta la Commissione europea, che nel dare l’annuncio dei risultati della ricerca ha tenuto a sottolineare che la creazione del nuovo vaccino è stata possibile grazie al programma “Flupan” che ha beneficiato di 2,1 milioni di euro di fondi dell’Ue nell’ambito del quinto programma di ricerca europeo. Esperti europei hanno ricordato che altri ricercatori Ue lavorano duramente sull’influenza aviaria in programmi comunitari, nella maggioranza dei quali è presente l’Italia. Tra questi ricercatori sono stati citati «Ilaria Capua responsabile del laboratorio di virologia e Stefano Marangon , Direttore dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie, a Padova», che è centro nazionale di riferimento per l’influenza aviaria. L’RD-3, ha indicato Philip Tod , il portavoce del commissario europeo per la sanità Markos Kyprianou , «ha già superato con successo i test internazionali di sicurezza ed ora è utilizzato dai ricercatori di vaccini della Sanofi Pasteur, in Francia.
La novità della ricerca risiede anche nel fatto che si tratta del primo vaccino la cui produzione non fa ricorso all’utilizzo di uova ma ad una tecnica completamente nuova chiamata di “inversione genetica”. Questo significa – spiegano esperti comunitari – che il virus viene in un primo tempo reso meno pericoloso, quindi replicato su colture cellulari, e non su uova embrionate, per avere a disposizione le quantità necessarie alla produzione di vaccino. Queste nuove tecniche scientifiche permetteranno un vaccino più sicuro. I test dell’Rd-3 dovrebbero avvenire in Norvegia. Il vaccino è destinato in primo luogo a coloro che lavorano in contatto con i volatili: dai veterinari agli allevatori, al personale negli allevamenti. Nel 2003, al momento della diffusione del virus dei polli H5N1 in Olanda, un veterinario morì per una malattia respiratoria acuta due mesi dopo il contato ripetuto con volatili ammalati. Conseguenze minori – come congiuntiviti – furono individuati in 88 operai che lavoravano negli allevamenti e nei loro familiari. Ora il nuovo vaccino rappresenta una grande speranza e secondo esperti europei un anno dopo i test potrebbe già essere sul mercato. «Il virus H5N1 è in prima linea in questo momento, ma in realtà non è l’unico virus che ci inquieta», ha osservato il virologo Fabrizio Pregliasco , dell’università di Milano. «Se in questo momento l’H5N1 è il primo nemico, non è affatto detto che sarà lui a scatenare la pandemia», ha aggiunto. Di qui l’esigenza di mettere a punto contromisure rivolte a tutte le varianti che più probabilmente potranno scatenare in futuro un’eventuale pandemia di influenza. «Dobbiamo progettarle e averle pronte nel momento in cui la pandemia arriverà», ha detto ancora il virologo. Un arrivo che, ha precisato, «non è incombente nè imminente». L’importante, però, è che per combattere un futuro virus influenzale si seguano approcci di tipo diverso e che in questa impresa siano coinvolte anche più aziende. Nel progetto europeo l’Italia ha fornito il ceppo del virus H7N1 isolato nei polli, quindi un altro gruppo ha utilizzato la tecnica della genetica a ritroso per modificare la componente H7 in modo da rendere il virus non pericoloso. Quindi la produzione del vaccino è stata sperimentata in colture cellulari, come detto, anzichè su uova embrionate: un altro “trucco” importante per rendere la produzione la più rapida possibile. [Nella foto, Ilaria Capua]

Lee Jong-wook (OMS): "Pandemia, è solo una questione di tempo"

7 Novembre 2005 Commenti chiusi


Ginevra, 7 novembre – “E’ solo una questione di tempo prima che un virus d’influenza aviaria – molto probabilmente l’H5N1 – acquisisca la capacita’ di passare da uomo a uomo scatenando una pandemia di influenza umana. Non sappiamo quando, ma sappiamo che dobbiamo preaparci adesso”. A Ginevra davanti ai circa 600 partecipanti alla Conferenza internazionale sull’influenza aviaria, il Direttore generale dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanita’) Lee Jong-wook ha rivolto un appello per un “consenso globale” sulla lotta al temuto virus. Il direttore generale ha ricordato che il “virus H5N1 (responsabile dell’ influenza aviaria) è molto patogeno”, e che ha colpito piu’ di 15 paesi ed ha raggiunto l’ Europa. Lee ha quindi evidenziato quattro settori nei quali entro mercoledi’ sera, quando si concludera’ la Conferenza – dovranno essere state prese decisioni per un’azione immediata: le modalità per contenere la diffusione dell’H5N1 tra gli animali, l’aumento delle capacita’ di sorveglianza per identificare rapidamente i nuovi casi di H5N1 animali e umani, le politiche nei settori della ricerca, lo sviluppo e la produzione di vaccini e di antivirali. Ed infine la comunicazione, sui rischi ma anche sulle azioni positive da intraprendere. Un consenso sembra delinearsi a Ginevra sulle priorita’ della lotta all’H5N1 ed in particolare quella di contenere l’epidemia animale di influenza aviaria. “E giunto il momento di raddoppiare gli sforzi per bloccare l’influenza aviaria alla sua fonte, ovvero negli animali, prima che colpisca gli esseri umani e prima che decimi ulteriormente le comunita’ rurali”, ha affermato Samuel Jutzi, direttore della divisione sulla salute animale della Fao. Controllando la diffusione del virus tra gli animali – hanno affermato numerosi esperti – e’ possibile ridurre le possibilita’ di contagio umano e quindi scongiurare o forse solo ritardare la tanto temuta mutazione del virus H5N1 (tale da consentire la trasmissione da essere umano ad essere umano e non più dall’animale all’uomo). “Speriamo che il virus non muti per almeno uno o due anni”, ha cosi’ auspicato il coordinatore delle Nazioni Unite per la pandemia di influenza aviaria David Nabarro. “Piu’ vengo a sapere sul potenziale impatto di una pandemia e sulle lacune nei preparativi e piu’ sono preoccupato, ma nutro piu’ speranze sulla portata della cooperazione internazionale”, ha aggiunto. Sulla necessita’ di controllare il virus alla fonte ha insistito anche il capo della delegazione italiana alla Conferenza Donato Greco, direttore del centro per il controllo delle malattie del ministero della salute e capo della delegazione italiana. Tra gli elementi importanti della prima giornata dei lavori Greco ha evidenziato “il gesto di strategia comune” per intervenire laddove si ritiene sia la sorgente dell’epidemia e cioe’ l’incubatore universale. Perche’, hanno spiegato gli esperti, è riducendo la quantità di virus che gira tra i polli che si riduce il rischio di una pandemia umana. Da qui l’impegno di un controllo severo nell’allevamento aviario nei Paesi del sud-est asiatico. E questo – ha assicurato Greco – ha trovato il consenso di tutti”. Un altro elemento importante osservato a Ginevra, ha spiegato Greco, è la trasparenza con cui molti paesi hanno parlato della situazione e che “ha sorpreso tutti: Cina, Vietnam e Indonesia hanno finalmente fornito i loro dati, significativi e credibili” sulla loro capacita’ di affrontare la crisi (strutture, capacita’ diagnostica, controllo, mascherine….) e anche ”notificando in maniera chiara i grandi buchi che hanno. Domani dovrebbe essere rilanciata una proposta di osservatori per il monitoraggio del buon uso dei fondi che l’Europa ed altri Paesi sono pronti a dare. Gli investimenti richiesti per lottare contro l’influenza aviaria dovranno essere importanti, ma saranno i soli in grado di scongiurare le colossali perdite economiche che potrebbe causare una pandemia. Secondo la Banca mondiale l’impatto economico di una pandemia umana di influenza potrebbe infatti essere devastante e causare perdite anche superiori agli 800 miliardi di dollari in un anno, pari al 2% del Prodotto interno lordo (Pil) globale. I settori piu’ colpiti – ha detto l’esperto della Banca mondiale Jim Adams in una conferenza stampa – sarebbero il commercio, ma soprattutto il turismo e l’agricoltura”.

Ginevra, Vertice Mondiale: 465 Miliardi di Euro il costo in caso di Pandemia

7 Novembre 2005 Commenti chiusi


Ginevra, 7 nov – Una pandemia globale del virus dell’influenza aviaria potrebbe costare ai paesi ricchi 550 miliardi di dollari, ossia 465 miliardi di euro. Lo rivela un’indagine della Banca Mondiale, intitolata “Valutazione economica della minaccia dell’influenza aviaria”, resa nota nel corso della conferenza internazionale sul virus dell’H5N1 in corso a Ginevra. La cifra e’ basata su uno studio, riferito al 1999, dell’impatto di una qualsiasi pandemia negli Stati Uniti, i cui dati sono poi stati estrapolati ad altri paesi ricchi. E’ stato calcolato che negli Usa una pandemia causerebbe tra le 100 e le 200mila vittime e costerebbe, in termini di malattia e di perdita della produttivita’, tra i 100 ed i 200 miliardi di dollari. ”Le perdite nel mondo sarebbero naturalmente – continua l’indagine – significativamente maggiori, a causa dell’impatto nei paesi in via di sviluppo”, dove la ”mortalita’ potrebbe essere molto piu’ alta”. Ma e’ difficile dedurre quanto potrebbe costare una simile pandemia nei paesi poveri, dove il sistema sanitario e’ meno avanzato. La conferenza di Ginevra, che durera’ tre giorni, riunisce 400 esperti e leader da tutto il mondo, che stanno discutendo le misure da adottare per prevenire un’eventuale pandemia dell’influenza aviaria.

1928: Richard Shope scopre che a causare la Spagnola fu un virus influenzale

7 Novembre 2005 Commenti chiusi


Richard Edwin Shope (25 Dicembre 1901 – 2 Ottobre 1966)
Richard Shope, ricercatore americano di patologia degli animali e virologo, fu il primo ad isolare un virus dell?influenza, il primo a vaccinare gli animali contro l?influenza ed il primo ad identificare nel 1928 come un virus l?agente patogeno responsabile della pandemia influenzale del 1918-19 nota col nome di Spagnola. Una delle sue osservazioni più importanti, in collaborazione con Paul Lewis, mostrò che un preparato contenente il batterio Haemophilus influenzae suis ed il virus dell?influenza suina produceva una tipica influenza nei maiali accompagnata da forti polmoniti. Questo chiarì il ruolo complementare tra virus e batteri nello scatenare malattie, e precedette il suo contributo più importante: scoprì che il virus dell?influenza suina poteva circolare attraverso i vermi dei polmoni, poi con le uova che venivano espulse con le feci, poi attraverso i vermi del terreno di nuovo nei maiali. Questa idea nuova e controversa aiutò a spiegare la natura ciclica dell?influenza.